Agnolo di Bondone nacque alla metà degli anni sessanta del Duecento nei pressi di Vicchio di Mugello, a pochi chilometri da Firenze da una famiglia contadina. Non si sa molto del suo inizio come pittore, la storia, in questo caso si fonde con la leggenda, sappiamo però che nel 1287 si sposò con Ciuta di Lapo, probabilmente a quella data era già un uomo maturo e forse un pittore affermato, tanto che il Crocifisso di Santa Maria Novella e la Madonna di San Giorgio alla Costa, le sue prime opere fiorentine, vanno datate intorno a quella fine degli anni 80, quando i documenti ci dicono che il pittore abitava proprio nel quartiere della chiesa dei domenicani di Firenze.
Sono dipinti che vanno messi in relazione con l'inizio del suo lavoro sulla navata della Basilica Superiore di Assisi, con le scene delle storie di Isacco. Sono gli anni del pontificato di Niccolò IV, primo papa francescano salito al soglio pontificio nel 1288 e dove rimase fino alla morte nel 1292. Dopo l'importantissima parentesi assisiate, dove si cambiò il modo di dipingere dal "greco al latino", è possibile che il pittore fosse al lavoro per i francescani di Rimini, dove decorò la chiesa di San Francesco, ora tempio malatestiano, i cui affreschi furono abbattuti da Leon Battista Alberti per costruire la chiesa che ancora oggi vediamo.
Di quella parentesi abbiamo lo splendido Crocifisso e il riflesso della sua pittura sulla generazione di artisti successiva, da Pietro a Giuliano da Rimini, fino a Giovanni Baronzio. È possibile, comunque, che il pittore facesse ritorno in patria piuttosto spesso in questo periodo, anche perché il Polittico di Badia e la grande tavola con la Stimmatizzazione di San Francesco, ora a Parigi al Musée du Louvre, ma in origine issata sul tramezzo della chiesa francescana di Pisa, sono databili proprio negli anni intorno o precedenti al 1300.
Tra il 1304 e il 1305 è a Padova dove, oltre ai lavori al Santo, che però sono probabilmente più tardi, lascia il suo capolavoro assoluto, la Cappella degli Scrovegni, dove è impressionante la forza della pittura, la genialità delle invenzioni e la tenuta qualitativa di ogni singola parte.
Ormai Giotto è senza dubbio il maggior pittore d'Italia, viene chiamato da tutte le grandi corti, a Firenze, a Roma dove dipinge il grande polittico bifronte per la Basilica di San Pietro, in pratica la tavola più importante di tutta la cristianità. È ancora ad Assisi dove gareggerà a distanza con i grandi pittori senesi, Lorenzetti e Simone Martini, nella decorazione della Basilica Inferiore.
Nel 1328, all'apice della sua fortuna, viene chiamato da Roberto d'Angiò a Napoli dove divenne suo maestro di corte, con uno stipendio annuo fisso. Molti dovevano essere i lavori a lui affidati e molto ampia la sua bottega, ma quasi nulla di totalmente autografo è rimasto fino ad oggi. Nel 1333 è a Bologna, dove dipinge uno straordinario polittico per Bertrando dal Poggetto e da lì salì verso Milano dove soggiornò alla corte di Azzo Visconti.
Nel 1337 morì a Firenze, dopo aver consegnato i disegni per la costruzione del campanile del Duomo. Scorrendo velocemente i fatti salienti della sua vita e della sua parabola artistica, si vede chiaramente quale fosse la sua importanza nel panorama artistico italiano del Trecento. I Signori d'Italia di quel periodo lo volevano fortemente, il suo modo di dipingere era diretto, ai loro occhi reale, in una società in sviluppo economico e sociale, un vero e proprio boom economico che si arresterà bruscamente con la peste del 1348. Giotto è il pittore di quell'Italia, colto, ricco, attento alla società e fedele al passato , informato di un classicismo proto umanista al pari di Dante o Petrarca.
Il suo influsso sulla pittura italiana è immensa, a parte
alcune sacche di resistenza, come l'Umbria meridionale, per certi versi
Siena e Venezia, tutti dipingono seguendo il dettato del pittore
toscano, dai suoi stretti seguaci, come i fiorentini Taddeo Gaddi o Maso
di Banco agli umbri, come Puccio Capanna, i riminesi, i marchigiani e i
veneti, dal giovane Paolo Veneziano fino al bel veronese Maestro del
Redentore. Ma il giottismo durerà fino alla fine del secolo portato in
alto, fino alle soglie del gotico, da maestri dello spessore di Giovanni
da Milano e Altichiero.
Leggere la vita e le opere di Giotto, in realtà,
significa guardare la storia italiana del Trecento.